SILVIA ROMANO HA INCONTRATO IL NUMINOSO?

Il ritorno di Silvia Romano ha suscitato esultanza e sconcerto. Esultanza presso chi vuole vedere soltanto il rilascio d’un ostaggio ritenuto in pericolo di vita e sconcerto in chi si aspettava di vedere una persona provata dalla prigionia e si è trovato di fronte una ragazza raggiante di felicità.

I primi non badano neppure all’abito, così evidente nella sua stranezza: non vogliono neppure chiedersi perché lei lo indossa ostinatamente, pur essendo ormai libera di vestirsi all’occidentale mentre i secondi lo ritengono un simbolo inquietante.

Io appartengo alla seconda categoria e, per i primi giorni, mi sono lasciata trasportare dall’onda delle supposizioni di chi non crede che sia avvenuto né un vero sequestro, né una vera prigionia e ho elaborato le mie personali congetture sull’accaduto.

Mi sono fatta velocemente un documentario alla Report, secco, crudo, senza altro sentimento se non indignazione e senso di essere stata truffata e presa in giro.

Ho ascoltato varie voci, ho condiviso varie emozioni e sentimenti, tutti negativi.

Poi mi sono accorta che il reportage secco e crudo si stava trasformando in un film d’azione, amore e spionaggio, e che i protagonisti stavano prendendo i volti di un Denzel Washington giovane (ahimè, sono quasi sua coetanea) e di una Isabelle
Adjani dei tempi di Adèle H. Perché questo?

Perché ho cercato di capire cosa c’è dietro al sorriso di Silvia ritornando a quand’ero ventenne, ricordando com’ero e quali sogni e speranze affollavano la mia mente.

Quello che ho visto è una ragazza che ha incontrato l’uomo portatore del numinoso (ndr. Niminoso, nella storia delle religioni, elemento essenziale, oggettivo e soggettivo, del sacro).

In termini junghiani, un archetipo incarnato. In parole più semplici, l’uomo determinato che dice alla donna “io ti ho scelto, sei mia” e la rapisce, ma non lo fa
come l’energumeno primitivo con la clava, bensì adducendo motivazioni di sapore arcano e spirituale; facendolo sembrare un atto predestinato, voluto da una volontà superiore.

Entrambi, rapitore e rapita, fanno parte d’un disegno divino; entrambi uniti da una forza trascendente l’umano alla quale bisogna inchinarsi e tributare gratitudine e testimonianza.

Silvia ha incontrato un uomo che le ha fatto credere di essere stata scelta perché speciale; così facendo le ha dato il valore che prima non aveva. Questo valore è stato anche monetizzato, ma questo è un fatto secondario, è solo una conferma.

L’abito che Silvia non vuole togliere è il segno del suo valore e il modo di testimoniare l’incontro col numinoso. È il marchio del master, per dirla alla Dickinson.

Se fosse anche incinta, si compirebbe la storia archetipica della vergine
ingravidata dal dio: Leda e il cigno, Danae e la pioggia, Europa e il toro… tanto per citare alcune imprese di Zeus.

Penso che questo sia il mondo in cui Silvia vive oggi: una bolla che la realtà quotidiana potrebbe far scoppiare, con varie conseguenze possibili. Il quotidiano distrugge l’eccezionalità e viceversa; ma se l’eccezionalità è data da un evento fortemente traumatico forgia l’identità.

L’agnello può trasformarsi in leone. In bene e in male: ma questa è una scelta.

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